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martedi, 21 Novembre 2017

Campionato di Serie D Girone G stagione 2017-2018

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Intervista Stellino
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Stellino Antonello-l'intervista

Per tre volte Antonello Stellino ha sfiorato il calcio che conta.

Nel 1966 addirittura con il Napoli del presidente Achille Lauro e del tecnico Bruno Pesaola. Venti minuti di provino contro la prima squadra, conditi da un gol, poi quello che non ti aspetti da un ragazzino timido ed educato arrivato dalla Nuorese: un tunnel a Juliano, idolo a quei tempi della tifoseria napoletana. La leggenda narra che i dirigenti partenopei sequestrarono le pellicole delle telecamere presenti in quel momento allo stadio San Paolo, oscurarono per sempre quell'affronto e rispedirono in Barbagia quel 23enne che aveva osato tanto. Due anni dopo ci fu l'interessamento del Cagliari: non se ne fece niente perché la Nuorese sparò altissimo, qualche milione di lire, per il cartellino di quella mezza punta che in Promozione e in Quarta serie segnava, segnava, segnava: venti gol di media in campionato, almeno cinque all'anno direttamente dalla bandierina, di esterno destro. L'ultima volta nel 1969: l'Olbia in serie C venne affidata all'allenatore Palleddu Degortes che tentò di portar con sé dalla Nuorese il gioiello Stellino: «Mi contattarono quando ero al mare, a Gonone. I miei genitori aprirono il telegramma della convocazione e me lo portarono in spiaggia. Da due anni ero stato assunto alla Cisl di Nuoro, primo stipendio 70 mila lire, ne guadagnavo 200 al mese per giocare con la Nuorese. Proprio per non dover lasciare il sindacato decisi di non accettare il trasferimento a Olbia. Così mi presentai in Gallura e feci una richiesta impossibile da accettare: 420 mila lire al mese più vitto e alloggio. Ricordo ancora i titoli sui giornali, lo scandalo che fece la mia proposta indecente. Dopo una settimana di allenamenti tornai a Nuoro». Storie di un calcio che non esiste più, storia di un giocatore che alla fine è rimasto alla Nuorese per certi versi controvoglia («mi diedero in prestito per un anno al Sorso e avrei preferito restare in quella cittadina») e per certi versi orgoglioso di essere stato il più forte calciatore nuorese di tutti i tempi. Una storia che respira un anelito di leggenda per diversi motivi. Stellino, classe 1943, dopo 25 anni di calcio e cinque da allenatore, da oltre trent'anni è scomparso dall'ambiente pallonaro isolano. Mai un'intervista, mai una comparsata in tv, mai neanche una presenza sugli spalti la domenica, sino a quest'anno. «Ho ripreso da poche settimane a frequentare il Quadrivio, questa Nuorese è troppo bella, voglio gustarmi la cavalcata verso la serie D». E tante volte ha rifiutato incarichi di selezionatore, di direttore sportivo. Leggenda anche per il suo carattere: «È un dono di Dio, sono sempre felice, riesco a vedere sempre gli aspetti positivi di ogni avvenimento della mia vita: così un giornalista, Bruno Giordo, mi affibbiò un soprannome che mi ha accompagnato su tutti i campi di gioco e di cui sono orgoglioso: Sorriso». Uno che in 25 anni di carriera non è mai stato squalificato. Neppure quella volta a Sorso: «Mi marcava un avversario particolarmente duro. Uno, due, tre falli, all'ennesima scorrettezza mi rialzo da terra e gli rifilo un calcio nel sedere di collo pieno: l'arbitro mi guarda e si mette a ridere, non mi ha nemmeno ammonito, avrà pensato che finalmente mi ero deciso a reagire». Memorabile anche il suo esordio, diciottenne, nella Nuorese in quella che si chiamava IV serie e che corrispondeva alla odierna C2. «Il campo era quello infuocato di Poggibonsi. Io ero il pulcino, mi facevano da chioccia compagni bravi ed esperti come il compianto Genesio Sogus, Ottorino Cusma, Catte e Pinna. Quest'ultimo non riusciva proprio a marcare il suo avversario diretto, un centravanti alto e grosso. Così a un certo punto durante una pausa di gioco, Sogus si avvicinò a Pinna e gli disse: "Non preoccuparti, da questo momento lo prendo in consegna io". Dopo qualche minuto, con la palla lontana, Sogus rifila un colpo di testa tremendo al centravanti toscano che cade a terra ed è costretto a uscire. Arbitro e guardalinee non videro nulla, il pubblico si inferocì. Uscimmo dal campo sotto scorta, i tifosi toscani lanciarono pietre contro i finestrini, davvero un esordio indimenticabile». Quel giovane veloce nato a Tertenia in Ogliastra arrivato al seguito del papà poliziotto impiegò poco per conquistare tutti. Compreso Cenzo Soro, maestro di calcio e di sport, che lo convocò nella rappresentativa sarda e poi lo segnalò per la nazionale maggiore Dilettanti. Fu il primo sardo a vestire la maglia azzurra di quella categoria. «Vincemmo 1-0 a Berlino contro la Germania e pareggiammo 0-0 a La Coruna contro la Spagna. Ricordo la maglietta, la borsa, la commozione all'inno nazionale». La carriera di Antonello Sorriso Stellino si è svolta tra la Promozione e la Serie D, sempre con la Nuorese tranne quella parentesi a Sorso. «Ero giovanissimo, i sorsesi mi adottarono. Per convincermi a restare mi avevano trovato anche un impiego in banca come fattorino. Io non ero sposato e avrei voluto accettare. La Nuorese non volle vendermi, da quel momento raddoppiai sempre le mie richieste di ingaggio. Devo dire che mi accontentarono sempre». Tante salvezze in IV serie, qualche retrocessione, Stellino ricorda più volentieri gli anni della Promozione, i campionati vinti: «Tantissima gente allo stadio, gli spuntini, le feste. Il ritrovo era la Foresteria, dove alloggiavano i giocatori che arrivavano da fuori città. Ricordo i più bravi, Ulisse Murgia di Seulo e Silverio Balzano di Olbia, e il più simpatico, il sassarese Russu, bravissimo con la chitarra. La suonava sino a tardi. Un giorno Palleddu Degortes gliela spaccò in testa perché non voleva smettere di strimpellare di notte, anche con il rischio di non poterlo schierare la domenica per la botta». Stellino avrebbe voluto continuare a giocare sino a cent'anni: «Il calcio è gioia, ho sempre dato tutto me stesso. Le mie doti? Ero una mezz'ala veloce, segnavo molto anche sui calci piazzati e in particolare dalla bandierina del corner». Anche in rovesciata: «Una volta a Bosa dopo un gol in sforbiciata al "sette" mi si è avvicinato l'arbitro per stringermi la mano e farmi i complimenti». Il ritiro quasi per caso: «Giocavo nell'Attilia, eravamo saliti dalla Prima categoria alla Promozione, dovevo iniziare una cura ai denti, andai dall'allenatore e gli dissi che avrei dovuto saltare troppi allenamenti per le estrazioni e quindi preferivo non prendere nessun impegno. Son fatto così: se faccio qualcosa metto tutta la mia passione, altrimenti preferisco rinunciare». Forse proprio per questo la sua carriera di allenatore è durata poco: «Eppure ci sono tanti bei soldini da guadagnare. Ho fatto qualcosa a Bolotana, Fonni e Orani, ma erano tutti giocatori dilettanti, che potevano dedicare alla squadra poco tempo, si presentavano agli allenamenti in 5 o 6. Così diventa difficile andare avanti. Ho smesso senza rimpianti. Più tempo per dedicare a mia moglie Angela e ai miei due gemelli, Fabio e Laura, due tennisti bravi ma che poi hanno lasciato lo sport per gli studi: il maschio a Pisa sta per laurearsi nel recupero dei Beni archeologici, la femmina a Rimini in Economia turistica». Ma è difficile tenere fermo uno che ha l'agonismo e la sfida del sangue. Antonello Stellino ha riversato la sua passione prima negli scacchi («è il gioco più bello del mondo, la strategia ti impone di pensare alle tue mosse e a quelle dell'avversario») e adesso nelle bocce: «Gioco in serie C, per due anni siamo andati alle finali nazionali. È un bel passatempo, si rimane in un ambiente di sportivi, si organizzano serate in pizzeria, con le mogli e gli amici. Il mio mondo resta quello dello sport, anche se non gioco più al calcio». Con pallino e bocce tra le mani Stellino cerca di passare inosservato, non fa pesare a nessuno il suo passato di calciatore di primo livello in Sardegna. Ma guai a dargli dell'anziano: «Qualche giorno fa un diciottenne è passato al circolo bocciofilo e ci stava canzonando amichevolmente sostenendo che quello non era sport. Allora l'ho sfidato in una gara di corsa: trenta metri secchi. Ho vinto io. Ho i muscoli indolenziti dallo sforzo e da tanti anni di inattività, ma sono soddisfatto di me stesso: la velocità di base, anche adesso a 62 anni, mi è rimasta». Insieme al Sorriso

 
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